La visione frammentata di Carlo Alfano
Per comprendere il peso dell'opera di Carlo Alfano, è necessario guardare oltre le semplici etichette di pittore o scultore e scorgere un instancabile investigatore della percezione. Nato a Napoli, Alfano non si limitò a occupare lo spazio; lo interrogò profondamente. La sua produzione, che evolse dalla pittura figurativa informale degli anni Cinquanta verso le rigorose geometrie degli anni Sessanta, non ha mai cercato di fornire risposte facili. Al contrario, egli utilizzò il mezzo artistico per sezionare l'atto stesso del vedere. Già nel 1962, la sua pratica si spostò verso l'uso di cilindri metallici, oggetti capaci di costringere la luce in riflessi distorti e di infrangere il piano tradizionale della tela.
Il suo approccio fu caratterizzato da un rifiuto sistematico di stabilizzarsi in un unico, confortevole movimento artistico. Sebbene sia associato all'Informale, all'arte concettuale e al movimento artistico del dopoguerra, la sua pratica reale fu molto più erratica e originale. Fu un esploratore di frammenti, come emerge con massima evidenza dal suo impegno a lungo termine nel ciclo Frammenti di un autoritratto anonimo, un progetto che portò avanti dal 1969 fino alla sua morte nel 1990. Non si trattò di una serie convenzionale di ritratti, bensì di un'indagine linguistica e filosofica sull'io, che utilizzava caratteri, numeri e segni per mappare un'esistenza anonima.
Indagini spaziali e temporali
La rilevanza di Alfano risiede nella sua capacità di colmare il divario tra l'oggetto fisico e l'esperienza sensoriale. Egli transitò dall'arte cinetica alla creazione di ambienti tridimensionali, trattando lo spazio come qualcosa da manipolare piuttosto che come un semplice volume da occupare. I suoi progetti audiovisivi, come Archivio delle Nominazioni (1969-74) e Stanza per voci, fecero leva sul suono e sul tempo per espandere i confini di ciò che un'opera visiva potesse raggiungere. Non era interessato alla rappresentazione statica; il suo obiettivo era catturare la meccanica attraverso cui percepiamo il tempo e lo spazio.
Questa ossessione per i meccanismi della visione diede vita a diverse fasi distinte della sua ricerca:
- L'impiego di cilindri metallici per generare riflessi geometrici e distorti.
- La serie Distanze, che esplorava i vuoti tra percezione e realtà.
- Un ritorno alla figurazione negli anni Settanta e Ottanta, in cui l'artista dialogò con soggetti mitologici e riferimenti iconografici della storia dell'arte.
- Una fase tardiva focalizzata sulla tensione tra luce e ombra, esemplificata da Luce-grigio, presentato alla Biennale di Venezia del 1982.
Un'eredità di materialità e luce
La presenza fisica delle opere di Alfano è spesso monumentale. I suoi pezzi, come Dalla vocazione al giocatore, dimostrano un magistrale controllo della scala e del materiale, utilizzando il collage su tela e i media misti per generare profondità. Anche quando, negli anni Ottanta, tornò a temi più intimi ed esistenziali, il lavoro rimase ancorato a una dimensione rigorosa e autoriflessiva. Egli non cercava di replicare il mondo; cercava di decostruirlo attraverso una lente di profondo lirismo e indagine esistenziale.
La sua influenza è sancita dalla presenza delle sue opere in importanti istituzioni, tra cui il Museum of Modern Art (MoMA) di New York e il Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli. Queste collezioni confermano che i suoi esperimenti con l'arte intermediale e le strutture concettuali non furono semplici deviazioni, ma contributi essenziali all'evoluzione dell'arte contemporanea. Carlo Alfano rimane una figura di energia intensa e inquieta, un artista che ha saputo utilizzare gli strumenti del suo tempo per interrogare la natura stessa dell'immagine.